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Politica e siccità, i nuovi fronti di Magis e Hakimani

Kenya

06 Nov 2017

Elezioni, tensioni sociali, siccità: il Kenya ha vissuto mesi molto difficili. Ne abbiamo parlato con suor Jentrix che collabora con il Jesuit Hakimani Center (Jhc) e ha seguito da vicino gli eventi.

Il Kenya ha vissuto un travagliato periodo elettorale. Il voto dell’8 agosto è stato annullato e quello del 26 ottobre è stato falsato dal ritiro del principale sfidante Raila Odinga. In questi mesi come si è mosso il Jhc?
I sei mesi che hanno portato alle elezioni generali dell’8 agosto e alle successive elezioni presidenziali del 26 agosto sono state frustranti per le persone comuni. Le tensioni tra il presidente Uhuru Kenyatta e il suo principale sfidante Raila Odinga hanno creato incertezza e senso di disperazione.
Purtroppo numerose persone sono morte (il numero non è certo, organizzazioni dei diritti umani e governo offrono numeri diversi, ma si stima che siano almeno 70). Molti sono stati i feriti, le persone visto distrutte le loro proprietà e per l’economia ci vorrà tempo per tornare ai livelli prima delle elezioni. Il Jhc è stata una delle poche organizzazioni cattoliche (direi religiose) attive nel periodo pre-elettorale. Abbiamo dato il via al programma «Election Issueification» che ha monitorato le esigenze degli elettori. Abbiamo condotto una ricerca su scala nazionale da cui siamo stati in grado di individuare questioni trasversali (sicurezza, istruzione, agricoltura e salute), che gli elettori chiedevano di affrontare ai candidati. Abbiamo poi organizzato una conferenza alla quale sono stati invitati religiosi, deputati, senatori e rappresentanti di organizzazioni della società civile. In questa sede sono stati discussi i temi sollevati dagli elettori. I principali partiti politici hanno inserito nei loro programmi i punti emersi dalla discussione.  I temi promossi dal Jhc sono stati rilanciati anche dai media mainstream che hanno riferito ampiamente della nostra iniziativa. Siamo molto felici che i temi ricercati abbiano avuto un rilievo nazionale grazie a televisioni, radio, stampa, web. La nostra iniziativa è approdata anche in Parlamento dove ne hanno parlato alcuni deputati.

La campagna elettorale è stata caratterizzata da una violenza diffusa, come vi siete mossi in questo contesto?
Il periodo durante e dopo le elezioni è stato per noi difficile partecipare alla campagna elettorale. In primo luogo, le manifestazioni e le proteste politiche degeneravano in violenze e spesso la polizia interveniva duramente. Per sua natura, il Jhc non partecipa iniziative di questo genere. Quindi siamo rimasti un po’ impotenti. In secondo luogo, riteniamo che l’intervento più efficace è quello ad alto livello attraverso colloqui di mediazione. A questi abbiamo partecipato indirettamente preparando gli interventi dei vescovi e consigliandoli. A questa iniziativa si è affiancata la realizzazione di alcuni programmi di peace building in alcune contee e attraverso i media.

Cosa può fare il Jhc adesso?
Possiamo lavorare ad alto livello per migliorare il sistema elettorale in modo che le prossime elezioni siano migliori di questa. A livello pratico, ci sono persone che sono state colpite dalle violenze, possiamo aiutarli con rispondendo alle loro esigenze immediate quali cibo, abbigliamento e altre necessità di base. In quest’ottica possiamo collaborare con altre organizzazioni umanitarie per sapere chi ha più bisogno del nostro sostegno, ad esempio i molti abitanti di Kisumu colpite negli scontri. Nei prossimi mesi vigileremo anche affinché venga data attuazione a questi punti programmatici poiché sono molto importanti per sostenere le fasce più povere della popolazione.

Il Kenya, come gli altri Paesi dell’Africa orientale, è stato anche interessato da una forte siccità. Come siete intervenuti?
Nei mesi scorsi il Jhc, grazie anche al supporto del Magis, ha lavorato in alcune contee keniane per portare aiuti alle popolazioni colpite dalla carestia. Il Jhc ha fornito acqua, cibo e vestiario. C’è una connessione diretta tra la necessità di acqua e fame. Circa due anni fa, abbiamo condotto uno studio sulle ragioni della carestia e abbiamo scoperto che l’acqua è il problema principale, ma anche che ci sono molte lotte tra i clan e le tribù e questa instabilità è causa di carestia. Così oltre a fornire derrate alimentari, abbiamo investito in progetti di costruzione della pace a Isiolo e Garissa. I progetti erano relativamente piccoli e ma hanno raggiunto giovani e giovani madri, gruppi sensibili. Inoltre, abbiamo avviato un’attività di advocacy attraverso radio, tv e workshop. Una esperienza positiva è quella di Amani Milele, un gruppo formato nel 2011 e ancora molto attivo. Lavora, in collaborazione con numerose organizzazioni, alla costruzione della pace nella zona. Di esso fanno parte e musulmani e cristiani, soprattutto giovani. Sebbene, i ragazzi, come tutti i ragazzi del mondo, sono un po’ incostanti nel partecipare alle attività, hanno imparato a tollerarsi e hanno contribuito a creare la pace tra i giovani, attraverso un progetto per la realizzazione di un allevamento di polli. Attualmente il gruppo sta lavorando alla creazione di serre. Questo progetto, che sembrava un azzardo, sta crescendo e siamo molto soddisfatti.

Ma il vostro impegno non si ferma qui…
Due anni fa, in collaborazione con la Conferenza episcopale italiana e il Magis, abbiamo lanciato un programma che copre due diverse esigenze. Il primo punto è la costruzione della capacità delle persone di impegnarsi affinché le istituzioni nazionali e locali offrano migliori servizi alla comunità. Quest’anno abbiamo avviato nuovi rapporti con il governo della contea e con il governo nazionale. Il secondo punto è quello di introdurre nelle famiglie l’uso dell’energia solare come alternativa alla corrente elettrica proveniente da altre fonti (rispondendo anche alle sollecitazioni dell’enciclica di «Laudato Si’»). Siamo ottimisti. Anzi, siamo certi che il progetto raggiungerà i suoi obiettivi perché abbiamo creato migliori reti di contatti, soprattutto a Isiolo (il nostro nuovo vicedirettore è un gesuita di Isiolo con molte conoscenze). In secondo luogo, la Cei ci ha dato un importo maggiore, il che significa che possiamo fare di più di quanto abbiamo fatto prima. In terzo luogo, ci spostiamo dalla fornitura di derrate alimentari (attualmente non è in corso una carestia) per spostare il focus sulla costruzione delle capacità della gente di gestire le proprie risorse (in particolare l’agricoltura) e di portare avanti azioni di advocacy.

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