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agricoltore ciadiano

Guera, formati mille contadini

Ciad

23 Apr 2018

Sono stati formati mille contadini e, a ognuno di essi, saranno donati aratri ed erpici. È la titanica operazione che i gesuiti del Guera (Ciad) stanno mettendo in pratica negli ultimi mesi. A raccontarla è padre Franco Martellozzo, gesuita italiano, da più di cinquant’anni in Ciad.

L’operazione è stata fatta gradualmente. Prima di rivolgersi ai contadini, i religiosi hanno pensato a formare i formatori. «Grazie all’assistenza tecnica del padre Serge Semur (un gesuita agronomo, ndr) – spiega padre Franco – abbiamo organizzato un corso per formatori agricoli. Siamo così riusciti a “diplomare” cinque squadre di esperti che, a loro volta, hanno organizzato corsi  base di agricoltura per un migliaio di contadini».

La formazione, però, non basta. Mancano infatti gli attrezzi per lavorare la terra: aratri, vomeri, erpici. «Abbiamo contattato tutti i fabbri della regione – continua padre Franco – e abbiamo chiesto loro di fornirci il materiale necessario. Una decina hanno accettato di lavorare e si sono messi all’opera. Un’opera titanica perché i fabbri hanno forgiato il materiale agricolo senza saldature. Tutto a mano e con bulloni. I vomeri sono il punto debole. Per questo alcuni amici di Brescia, la capitale dell’acciaio, hanno spedito un primo carico di vomeri che dovrebbe essere arrivato a N’Djamena tramite un grossista ciadiano amico. Questo ci ha suggerito un ulteriore passo avanti: la formazione dei fabbri. Pensiamo in un prossimo futuro di dar vita a corsi dedicati a loro per migliorare le tecniche e i macchinari a loro disposizione».

Il presidente Idris Deby ha apprezzato il lavoro dei gesuiti e ha promesso l’appoggio del governo. Anche se per il momento non sono ancora stati stanziati finanziamenti e le iniziative sono state finanziate con i fondi garantiti dal Magis.

Nel frattempo a a Mongo è arrivato un gruppo di rifugiati centrafricani in fuga dalla guerra e dall’instabilità che da alcuni anni sta attanagliando il loro Paese. Poverissimi, hanno iniziato a mendicare nei mercati locali. Era quindi necessario intervenire per aiutarli a vivere in modo più dignitoso.

«Credevamo – spiega padre Franco – che intervenissero i grandi organismi umanitari, ma nessuno dei loro operatori si è mosso. Così abbiamo deciso di aiutarli noi». La maggior parte di questi rifugiati sono allevatori di bestiame. Hanno però perso tutto: casa, bestiame, recinti e pascoli. «Abbiamo così pensato di trasformarli in coltivatori diretti attraverso corsi di formazione – conclude padre Franco -. Abbiamo trasmesso loro le nozioni base di agricoltura e li abbiamo forniti con il materiale materiale necessario (e qualche sacco di miglio affinché potessero sopravvivere fino al prossimo raccolto). Qui il terreno libero da coltivare non manca e qui potranno ricostruirsi un futuro». Anche grazie ai gesuiti e al Magis.

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