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«Anglofoni vs francofoni, la situazione è terribile»

Camerun

28 Mag 2018

In Camerun è in corso una guerra civile strisciante. Anglofoni contro francofoni in un conflitto che ha già fatto 150 vittime – tra cui 64 civili -, 160.000 sfollati interni e circa 26.000 fuggiti in Nigeria. Il 16 maggio, in una lettera, firmata dal suo Presidente, mons. Samuel Kleda, arcivescovo di Douala, la Conferenza episcopale del Camerun ha denunciato «le violenze disumane, cieche, mostruose e una radicalizzazione delle posizioni» in corso nelle province anglofone. I vescovi chiedono «una mediazione per uscire dalla crisi e risparmiare il nostro Paese da una guerra civile inutile e senza fondamento». Da anni le province anglofone, ex colonie britanniche, unite al Camerun dopo l’indipendenza (1960), chiedono maggiore spazio per i loro usi e i loro costumi e rivendicano una maggiore autonomia. A partire dal 2016 le manifestazioni di malcontento si sono fatte più frequenti. Il 1° ottobre 2017, le frange più estreme si sono spinte a dichiarare l’indipendenza delle due province anglofone dal Camerun e la nascita della Repubblica di Ambazonia. Di fronte a questa situazione, il governo francofono di Yaoundé ha reagito con la mano dura, inviando militari e forze dell’ordine per reprimere ogni forma di dissenso.

Il Magis è particolarmente legato al Camerun. Nel Paese segue due progetti uno a favore di bambini di strada a Yaoundé e uno per la formazione dei giovani alle attività microimprenditoriali. Abbiamo chiesto a Ludovic Lado, gesuita e analista politico, di fare il punto sulla situazione.

Qual è l’attuale situazione nelle province anglofone del Camerun?
La situazione è ancora terribile con uccisioni mirate di civili da parte delle forze di sicurezza e delle milizie. I giovani prendono le armi contro il governo. Almeno 40mila persone sono fuggite in Nigeria per cercare rifugio, vivendo nel bush in condizioni drammatiche. Le organizzazioni che difendono i diritti umani parlano di almeno 50 villaggi bruciati.

Perché il governo non apre un dialogo con gli anglofoni?
Molte personalità e istituzioni hanno chiesto l’apertura di un dialogo per affrontare la questione, ma il governo ha preferito la repressione. Penso che l’ostacolo principale siano i calcoli politici del regime. Il 2018 è un anno elettorale e il governo teme di non riuscire a gestire come vorrebbe l’agenda del dialogo. Ma non vedo come questo problema possa essere risolto senza dialogo perché sempre più giovani si stanno unendo alla milizia che ha preso le armi contro il governo.

Cosa ne pensa del movimento indipendentista di Ambazonia?
Penso che la loro richiesta di una qualche forma di autonomia sia legittima, ma non credo che la raggiungeranno attraverso l’indipendenza. Sono più favorevole al ritorno a un sistema federale che garantisca a queste regioni l’autonomia. Ovviamente rifiuto totalmente il ricorso della violenza da entrambe le parti e sostengo il dialogo come unica via per una soluzione sostenibile. Per quanto riguarda l’Ambazonia, non tutti gli anglofoni sono membri del movimento indipendista e accettano il loro programma. Conosco molti che sostengono un ritorno al sistema federale. Ma abbiamo bisogno di dialogare.

Pensa che gli scontri continueranno? Fino a quando?
Continueranno fino a quando la causa principale del problema non sarà risolta. È troppo tardi per pensare che le popolazioni si tireranno indietro. Continueranno a resistere in un modo o nell’altro. Le persone sono frustrate e arrabbiate per quello che è successo in queste religioni.

Qual è la posizione della Chiesa cattolica?
Stanno chiedendo il dialogo. Qualche settimana fa il presidente della Conferenza episcopale ha chiesto la mediazione tra le parti in conflitto per fermare la violenza e lo spargimento di sangue. Ma finora, il governo non ha ascoltato il loro appello.

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