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rifugiata sudsudanese

La violenza sessuale come arma

Sud Sudan

19 Set 2017

La guerra in Sud Sudan sta colpendo in modo spietato le donne. Sia i soldati governativi fedeli al presidente Salva Kiir, sia i miliziani dell’oppositore Riek Machar fanno un ricorso sistematico alla violenza sessuale. Migliaia di donne e ragazze sudsudanesi hanno subito stupri nel corso di aggressioni. E, ore, stanno affrontando gravi conseguenze psicologiche e stigma e non hanno nessuno cui chiedere aiuto. A lanciare l’allarme alcuni gruppi che da anni si battono per i diritti delle donne.

«Mio marito ci stava seguendo a breve – ha raccontato all’emittente araba “al Jazeera” una donna sopravvissuta alla violenza -, quando ci ha raggiunto, ha visto che quattro uomini mi trattenevano e, a turno, abusavano di me. Mio marito li ha aggrediti e ha detto loro di smettere. L’hanno afferrato e l’hanno ucciso con un coltello». Difficile riconoscere gli aggressori, ma secondo le descrizioni della donna dovrebbero essere soldati governativi. Dopo di lei hanno abusato di altre quattro donne.

«Al Jazeera» ha ascoltato storie simili di donne che oggi vivono in campi profughi in Uganda. «Mi hanno legato una benda sul viso – racconta un’altra donna sopravvissuta allo stupro -. Hanno preso tutto ciò che avevo con me e mi hanno spogliato. Tre di loro hanno abusato di me. Poi mi hanno lasciata nuda sulla strada. Io non potevo far altro che prendere il mio bambino e fuggire via, il più lontano possibile. Ora, non ho niente».

Ken Scott, giudice internazionale che ha lavorato sui crimini di guerra in molti molti conflitti, ha dichiarato che in Sud Sudan si ricorre alla violenza sessuale come mai prima. «Sono stati riscontrati tantissimi casi – ha commentato -. Così tanti e in un arco di tempo così prolungato che si può concludere che ci troviamo di fronte a un massiccio numero di violenze sessuali. Un ricorso quasi sistematico allo stupro».

Un portavoce delle forze governative ha detto ad «Al Jazeera» che i soldati autori di violenze sono puniti severamente. Ha però messo in discussione le storie provenienti dai campi profughi. «Come facciamo a verificare queste affermazioni? – ha affermato -. Come possiamo capire se non sono solo propaganda fatta per screditare i militari governativi?».

Amnesty international ha recentemente pubblicato un rapporto intitolato «Non rimanere in silenzio. Le sopravvissute alla violenza sessuale in Sud Sudan chiedono giustizia e riparazione». Il rapporto, frutto di una ricerca congiunta di Amnesty international e organizzazioni dei diritti umani sudsudanesi, rivela che «siamo di fronte a violenze sessuali di massa eseguite con premeditazione nei confronti di donne vittime di stupri di gruppo, penetrate con bastoni e mutilate coi coltelli. Queste azioni indifendibili hanno cambiato completamente la vita delle vittime, lasciandole alle prese con conseguenze debilitanti, di natura fisica e psicologica. Molte sopravvissute agli stupri sono state abbandonate dai loro mariti e dalle famiglie di questi e stigmatizzate dalla comunità d’appartenenza».

In alcuni casi, gli aggressori hanno ucciso le donne dopo averle stuprate. «Il governo sudsudanese deve prendere misure decisive per porre fine a quest’epidemia di violenza sessuale, iniziando a parlare chiaramente di tolleranza zero, avviando un’indagine approfondita e indipendente sugli attacchi sessuali e assicurando che i responsabili siano sottoposti a processi equi – si afferma nel rapporto -. Inoltre il governo deve prevenire la violenza sessuale anche allontanando dalle forze armate le persone sospettate di stupro. Le vittime dovranno ricevere giustizia, cure mediche e riparazione».

In questo contesto lavora anche il Magis che, in collaborazione con il Jesuit Refugee Service, ha lanciato un progetto educativo (corsi di inglese e di informatica) e di sostegno pastorale e psicosociale per la popolazione di profughi. Iniziative che rivolgono una particolare attenzione proprio alle donne.
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