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Gregoire

Gregoire, l’amico dei malati mentali

Africa occidentale

19 Mag 2017

«Dare la libertà ai malati significa dare loro la libertà di vivere come le altre persone, riconoscere la loro dignità di esseri umani. Non sono dei malati ai quali la malattia ha cancellato ogni qualità umana, sono esseri umani che partecipano allo sviluppo della società. Alcune delle persone che sono passate attraverso i nostri centri adesso lavorano in associazioni di protezione dei diritti umani! Bisogna saperli accogliere e bisogna saperli comprendere. Allora danno tutto ciò di cui sono capaci».

Così Gregoire Ahongbonon ha sintetizzato, in una intervista al periodico «Tempi», il suo approccio alla malattia mentale. Da 35 anni, Gregoire combatte il disagio mentale in Africa occidentale. La sua è una battaglia difficile che si scontra contro pregiudizi, stereotipi, paure. In Africa, secondo studi dell’Organizzazione mondiale della sanità, il 30% della popolazione ha problemi di salute mentale, ma i due terzi dei pazienti non ha cure adeguate. Anche perché nel continente esistono solo cinque psichiatri ogni 100mila abitanti. I malati mentali vengono quindi isolati, spesso incatenati, trattati senza alcun riguardo per i loro diritti.

Dopo l’inizio in Costa D’Avorio, Gregoire ha iniziato a operare in Benin nel 2004. Dopo aver creato un centro nel Sud e uno neel Nord, ne ha aperto uno a Cotonou, la capitale. Recentemente ha poi aperto due comunità in Togo. In Benin e in Togo, Gregoire ha incontrato il Magis e ne è nata un’amicizia che negli anni si è consolidata. Alcuni volontari dei campi estivi sono andati a lavorare nei suoi centri (e ci torneranno anche quest’anno). Il Magis ha poi aiutato Gregoire a organizzare incontri e conferenze in Italia e a raccogliere fondi.

Il suo approccio con i malati non è solo medico. Nelle conferenze continua a dire che la guarigione di un malato mentale dipende per il 50 % dai farmaci e per il 50% dall’amore cristiano che riceve. «La preghiera – ha dichiarato sempre al settimanale “Tempi” – ha un’importanza capitale nei nostri centri, dappertutto c’è una cappella dove tutti i giorni viene celebrata almeno una Messa. Perché questa opera non è la mia opera, è l’opera di Dio, e allora bisogna rivolgersi a Lui perché continui».

In questi anni, Gegoire ha notato un netto miglioramento del rapporto tra la popolazione e i malati mentali, ma sa che il lavoro è ancora lungo: «In molti la paura è stata superata, ma molto resta ancora da fare. Ci sono ancora africani che quando assistono alla crisi di epilessia di un malato, pensano che sarebbe giusto bruciarlo vivo per impedire allo spirito malvagio che ha colpito quella persona di contagiare altri. Ma stiamo assistendo a un’evoluzione in tutto il continente, dovuta in parte alla diffusione e all’approfondimento del cristianesimo, in parte a una migliore educazione scientifica. I nostri centri nel Benin sono collegati in rete con dispensari dove i malati vanno a prendere le medicine. Il fatto che i malati assumono i medicinali li aiuta a stare meglio e a farsi accettare dalla gente, che smette di pensare agli spiriti come causa di quelle malattie. La sensibilizzazione sulle vere cause delle malattie psichiche va fatta sempre anche presso i cristiani, perché molti di loro continuano a credere nelle possessioni. Trattano i malati mentali come secoli fa i cristiani trattavano i lebbrosi: emarginandoli e tenendoli alla larga. Bisogna fare conferenze scientifiche, educare la gente, approfondire la catechesi».

Guarda «Rejetés», il video di Antonio Guadalupi sull’attività di Gregoire

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