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A mani nude contro il genocidio

Sud Sudan

19 Apr 2017

Ormai si inizia a parlare senza remore di genocidio. Quella in Sud Sudan, non è più «solo» una guerra. La strage continua di civili, le violenze su donne, bambini anziani, le migliaia di persone che fuggono dalla proprie abitazioni per cercare rifugio in altre regioni o, addirittura, all’estero tutto insieme ha dato al conflitto una dimensione più grande e tragica.

Nei giorni scorsi sei gruppi di opposizione del Sud Sudan si sono coalizzati e hanno denunciato il Governo di Juba che, a loro avviso, si sta rendendo responsabile proprio di «genocidio». In una dichiarazione congiunta, i sei gruppi sostengono che il regime del Presidente Salva Kiir sta compiendo crimini di guerra. «Il Presidente Kiir e il suo regime – hanno denunciato gli oppositori – stanno spazzando via le comunità non dinka (l’etnia maggioritaria cui appartiene il capo di Stato) attraverso massacri mirati in Alto Nilo, Equatoria e Bahr el Ghazal. Le stragi sono simili a quelle effettuate nel 2013 sui civili nuer». Ma anche i nuer e i loro alleati si sono resi responsabili di stragi ai danni dei dinka. Neanche gli operatori umanitari sono risparmiati. Secondo i dati delle Nazioni Unite, almeno 79 operatori sono stati uccisi dal dicembre 2013. Gli ultimi tre, una settimana fa.

Ormai la guerra si sta quindi risolvendo in un scontro senza quartiere. A rimetterci sono i civili. In questo contesto, il Jrs International, sostenuto dal Magis, continua a lavorare nel campo profughi di Maban. Il distretto di Maban comprende alcuni villaggi e centri abitati, il più grande dei quali è Bunj, per una popolazione locale di circa 45.000 persone. Attorno ai villaggi sono situati 4 campi rifugiati, che accolgono 131mila profughi sudanesi provenienti dalla regione del Nilo Blu, con cui Maban confina. Oltre ad essi, Maban ospita anche 15mila profughi provenienti dal Sud Sudan, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e a spostarsi a causa della guerra. I gesuiti hanno lanciato un progetto che offre sostegno all’insegnamento (corsi di inglese, informatica, formazione degli insegnanti della scuola dell’infanzia), sostegno psicosociale e sostegno ai gruppi vulnerabili (workshop di formazione per giovani, servizio di accompagnamento per persone considerata vulnerabili, iniziative sportive e attività ricreative), sostegno pastorale.

«A Maban ho potuto constatare la forza degli sfollati pur se stretti in una morsa di dolore, miseria, violenza e sofferenza – spiega Pau Vidal, gesuiti, direttore del progetto Jrs a Maban -. La loro vita ha anche momenti di gioia, festa, guarigione, trasformazione e bellezza. Stando con i rifugiati ho sperimentato quella misteriosa capacità umana di celebrare la vita anche là dove tutto intorno è morte».

Un compito difficile quello dei gesuiti e dei loro collaboratori. Vivendo a fianco dei profughi e dei rifugiati, non solo rischiano la vita, ma devono lavorare a contatto con un’umanità che ha perso tutto e dev’essere ricostruita. Una difficoltà riconosciuta da Arturo Sosa, Padre generale della Compagnia di Gesù: «Durante l’ultima Congregazione Generale – ha scritto in una lettera -, abbiamo visto situazioni di conflitto straziante in molte parti del mondo. La triste litania comprende la Siria e Sudan del Sud, Colombia e nella regione dei Grandi Laghi in Africa, Repubblica Centrafricana, l’Afghanistan, l’Ucraina, Iraq e tanti altri luoghi. C’è stata una devastante perdita della vita e massicci spostamenti di popolazioni. Questi conflitti hanno una portata globale. Coloro che servono in prima linea sono stati particolarmente colpiti. […] salutiamo gli uomini e le donne del Jesuit Refugee Service e tutti coloro che condividono la nostra missione in quelle Province e Regioni dove i conflitti sono più forti e più esasperati. Senza il loro contributo la nostra missione sarebbe notevolmente più povera. Vivendo gli stessi pericoli, minacce e violenze, essi sono uniti con voi da legami di amicizia, di preghiera e di solidarietà. A volte, in tale missione, ci si può sentire dimenticati, lavorando in diverse parti del globo, lontano dai riflettori dei media. […] Vi chiamiamo alla mente, preghiamo per voi e chiediamo a tutta la Compagnia di fare lo stesso. Restare alle frontiere difficili, vedendo, in coloro che soffrono, il volto di Gesù che rimane un amico costante e compagno».

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